Paramount-Warner Bros. Discovery, un passo avanti – La fusione tra i due colossi editoriali sembra davvero essere arrivata all’ultimo passaggio. Ieri, mercoledì 30 settembre 2026, la giudice federale Araceli Martínez-Olguín ha approvato l’accordo raggiunto da Paramount con i procuratori generali di 12 Stati americani, che avevano fatto causa per fermare l’operazione.
Rimosso l’ultimo ostacolo legale, la chiusura è prevista per martedì 6 ottobre. Il valore dell’acquisizione è di circa 110 miliardi di dollari secondo alcune ricostruzioni, mentre altre fonti indicano 111.
Paramount-Warner Bros. Discovery, il via libera e la data del closing
L’intesa con gli Stati era stata annunciata il 21 settembre, dopo una causa antitrust avviata a luglio e guidata dalla California. Il Dipartimento di Giustizia aveva già chiuso la propria istruttoria senza opporsi all’operazione. Con l’approvazione della giudice il percorso giudiziario si esaurisce e restano da completare solo gli adempimenti formali della chiusura.
David Ellison inseguiva Warner Bros. Discovery dal settembre 2025. Nel corso della trattativa Paramount ha dovuto fare i conti con Netflix, che a dicembre aveva presentato un’offerta per le attività di studio e streaming di Warner, prima di rinunciare a rilanciare quando il consiglio di amministrazione di WBD ha giudicato superiore la proposta di Paramount. Il nome della società che nascerà dall’unione non è stato ancora comunicato.
Ellison e Kreiz: la nuova catena di comando
Pochi minuti dopo la decisione della giudice, David Ellison aveva annunciato la nomina di Ynon Kreiz a co-CEO. Kreiz lascia così Mattel dopo otto anni alla guida del gigante mondiale dei giocattoli per entrare in Paramount. Il suo insediamento è stato annunciato già per lunedì, 5 ottobre, e diventare uno dei personaggi decisivi proprio nel momento del closing, con un posto nel consiglio di amministrazione.
La divisione dei compiti è netta. Ellison resta presidente e amministratore delegato per occuparsi di strategia, direzione creativa, tecnologia e rapporti con i talent. Kreiz seguirà le operazioni quotidiane e l’integrazione delle due aziende. Le diverse attività del gruppo risponderanno a entrambi ma a capo di due gruppi di lavoro manageriali distinti.

Cinema: 30 film l’anno e la finestra in sala
È il capitolo che riguarda più da vicino chi va al cinema. L’accordo con gli Stati impone alla società unificata di distribuire negli Stati Uniti almeno 30 film l’anno nelle sale nei primi due anni e 32 l’anno nei tre successivi. Tra questi devono esserci almeno quattro film indipendenti all’anno e una quota minima di titoli ad ampia distribuzione. I film conteggiati non possono arrivare in streaming prima di 90 giorni dall’uscita in sala.
Sono previsti anche 1,5 miliardi di dollari aggiuntivi in produzione negli Stati Uniti nell’arco di cinque anni e un fondo a sostegno dei lavoratori coinvolti dalla fusione. Le penali per chi manca gli obiettivi arrivano a 30 milioni di dollari per ogni film mancante e, nei casi più gravi, alla cessione obbligata di alcuni asset del gruppo.
Sul piano creativo la fusione porta sotto lo stesso tetto Warner Bros. e Paramount Pictures, franchise come Harry Potter, Game of Thrones, Mission: Impossible e Top Gun, e DC Studios. Due dei cinque studios storici rimasti a Hollywood verranno fusi in un’unica grande struttura per diventare il centro di produzione cinematografica più grande e importante del mondo.
HBO Max e Paramount+: verso un’unica piattaforma
Ellison ha già spiegato l’intenzione di unire HBO Max e Paramount+ in un solo servizio, che sommerebbe più di 200 milioni di abbonati diretti nel mondo. Non è stato chiarito quando avverrà, a quali prezzi e se HBO manterrà un’area autonoma all’interno dell’app. Sul marchio, invece, l’impegno è esplicito: “HBO deve restare HBO”, ha dichiarato Ellison.
Resta aperto invece il capitolo dei costi. Negli ultimi dodici mesi gli abbonamenti ai servizi di streaming sono aumentati e una parte rilevante dell’operazione è finanziata con debito: sono due fattori che pesano sulla futura politica tariffaria del nuovo servizio. L’accordo con gli Stati prevede inoltre che Pluto TV, la piattaforma gratuita finanziata dalla pubblicità, continui a operare, e impone di negoziare separatamente con gli operatori via cavo i canali Paramount e quelli Warner per cinque anni.
CNN e CBS News: il comitato di garanzia
Portare sotto un unico proprietario CNN e CBS News è stato il punto più contestato dell’intera operazione. L’accordo prevede la creazione di un News Editorial Independence Board, composto da cinque giornalisti di esperienza, da costituire entro 180 giorni dal closing. Il comitato fisserà i principi editoriali delle due testate e risolverà le controversie su presunte violazioni di quei principi e su casi di pregiudizio nella copertura.
Non tutti però sembrano essere convinti di questa progettualità. Il procuratore generale del Connecticut, William Tong, ha ricordato di aver chiesto la cessione completa di CNN e CBS News anche se al momento non avrebbe ottenuto alcuna garanzia in tal senso, mentre Colorado e Washington non hanno firmato le clausole sul comitato editoriale. Molti critici ritengono le condizioni troppo deboli rispetto alla dimensione dell’operazione.
Cosa cambia per il pubblico italiano
Per chi guarda dall’Italia, al momento non c’è nulla di concreto. HBO Max è sbarcato da pochi mesi sul mercato italiano mentre Paramount+ è già disponibile: la fusione dei due abbonamenti, pacchetti combinati o un’unica app restano ipotesi, senza date e prezzi per il nostro Paese.
C’è poi il nodo Eurosport, property del gruppo WDB-Discovery che almeno inizialmente sembrava essere fuori dalla fusione. Si era parlato anche di possibile cessione a un altro gruppo editoriale, il tutto a undici anni di distanza dal clamoroso passaggio che trasferì la rete sportiva dalla francese TF1 (gruppo Bouygues) agli americani di Discovery che qualche tempo dopo avrebbero acquisito Warner Bros per una prima fusione colossale. Al momento anche Eurosport sembra rientrare nel gioco delle redistribuzioni determinato dalla fusione globale.
Sul fronte cinema gli impegni maggiori riguardano produzioni e uscite soprattutto negli Stati Uniti. Il riflesso sul calendario delle sale italiane dipenderà dalla distribuzione dei singoli titoli, ma la quota minima di film ad ampia diffusione e la finestra di 90 giorni prima dello streaming indicano un gruppo che, almeno sulla carta, punta a mantenere il passaggio in sala.
Perché conta
Il vero banco di prova non sarà il 6 ottobre, ma i dodici mesi successivi. Le garanzie su film e informazione hanno una durata limitata, cinque anni, mentre l’integrazione di cataloghi e piattaforme risponde a una logica industriale di scala e di riduzione dei costi contro Netflix e Prime Video.
La scelta di Kreiz, un manager che ha portato i marchi Mattel dal giocattolo al cinema, va letta in questa direzione: sfruttare franchise e librerie, non soltanto produrre di più. Per gli abbonati la domanda concreta sarà una sola: un servizio unico costerà meno dei due attuali messi insieme, o più di ciascuno preso da solo?
